Storia di ordinaria amministrazione

Molto spesso accade che le parole, quelle vere, quelle di vita vissuta, quelle che raccontano, quelle sentite in diretta, quelle che scandiscono il tempo, quelle che afferrano, colpiscono e arrivano nel profondo, non hanno bisogno di altro che di sé stesse.

“Era il 10 Febbraio 1992. Non dimentico questa data, anche se è una delle tante. Ero ancora all’università in quel periodo e nell’inverno 1991-92 abbiamo avuto dieci volte la neve in Palestina e tanta a Betlemme. Dormivo, era notte e avevo freddo, allora vivevo nella casa dei miei genitori, quando verso mezzanotte ho sentito correre intorno alla nostra casa e all’improvviso qualcuno ha sbattuto le armi contro la porta. Io sono nato nel 1968, come quelli della seconda occupazione. In Palestina le generazioni dipendono dall’occupazione: abbiamo la generazione di quelli nati nel 1948 e di quelli nati nel 1967, cioè quando l’occupazione si è estesa a Gaza e a Gerusalemme est. Già da bambino ho imparato a vivere in un clima di violenza. Nel 1976 ricordo attorno a me lacrimogeni, caos, bombardamenti, ero un bambino e correvo in mezzo a tutto questo. Nell’81 mio fratello George a 14 anni, mentre era a scuola con i suoi compagni di classe, è stato arrestato dai militari israeliani per 18 giorni. Venivi semplicemente arrestato per “ragioni di sicurezza”, anche a 14 anni, a volte per 18 giorni, a volte per un mese e a volte per mesi. Nell’84 hanno arrestato due miei fratelli, Anton e Raed, nell’85 George, nell‘86 George, e ancora nell’87 e nell’88 George, e nell’89 sono stato arrestato io, insieme a George e Raid. Il 29 ottobre del 1987 durante una delle manifestazioni studentesche non violente contro l’occupazione nell’Università di Betlemme, gli israeliani hanno chiuso l’università e sparato ad uno studente. L’hanno ucciso. Questo fu prima della Prima Intifada, un mese ed una settimana prima. La prima intifada è iniziata il 9 dicembre del 1987 e tutte le università e le scuole furono chiuse dal governo israeliano. Per tre anni è stato negato il diritto di studiare a tutti i palestinesi e quando il 1 ottobre del 1990 sono state riaperte, io ero in prigione e non potevo proseguire gli studi. L’occupazione non è solo una questione di violenza fisica e di soprusi, ma interferisce anche con tutto quello che è la tua vita, i sogni, i pensieri e le passioni. Il 10 febbraio del 1992 sono venuti in casa mia in 50 o 60 soldati. Loro non bussano alle porte, vengono e le aprono. Sono entrati in casa molto velocemente insieme all’intelligence israeliana, loro poi sanno tutto sulla situazione della tua famiglia, tutto nel dettaglio. Mi sono vestito e nel mentre sono entrati e hanno messo tutto sotto sopra, hanno buttato per terra tutti i miei libri e il mio materiale universitario, hanno cercato e ricercato, ma naturalmente non hanno trovato niente. Mi hanno detto “vieni con noi”, due soldati mi hanno afferrato, mi hanno perquisito tutto il corpo, ammanettato dietro le braccia e bendato. Da quel momento non ho visto più nulla, ho solo sentito mia madre che piangeva e quando ero dentro la jeep, ho sentito solo il suono delle percosse. Mi hanno picchiato per tutto il tragitto, che era lungo, infinito, ma a quel punto sentivo solo il dolore fisico. Sembra che si divertano a picchiarti ed umiliarti. Mi hanno portato nel loro quartier generale a Betlemme e mi hanno interrogato la stessa notte. Sono stato due notti in una cella, una cella molto buia, maleodorante, senza sole e perfino con coperta e materasso bagnati. Non ho dormito. Poi, mi hanno trasferito nella prigione di Betlemme, dormivo in tenda e faceva freddo. Quando mi hanno arrestato un soldato mi ha detto: “Tuo fratello George ha detto che gli manchi” e io ho risposto: “Grazie, anche a me manca” . Mi hanno mandato in prigione con lui. Stavo con lui, con mio fratello George e i miei amici dell’università. Un giorno mi hanno dato un pezzo di carta scritto in ebraico, ma io non conosco l’ebraico. Ho chiesto a qualcun altro di tradurla perché io non capivo, diceva che il mio arresto sarebbe durato 4 mesi, perché io rappresentavo un “pericolo per la sicurezza dello Stato di Israele”. Il foglio era già stato firmato, la sentenza era già stata emessa senza nessun processo. Il fatto che io fossi uno studente dell’università di Betlemme rappresentava di per sé un pericolo per lo Stato di Israele. Abbiamo ricorso alla Corte d’Appello, ma in realtà non si tratta di un vero e proprio processo, il dossier su di te è segreto e non hai nessuna possibilità di difenderti. Durante il processo mi accusavano di essere un attivista di Beit Jala, e non capivo le ragioni. Ho risposto che se fossi stato un attivista lo sarei stato di Beit Sahour, visto che io sono nato a Beit Sahour e vivo a Beit Sahour. Mi dissero che nel novembre del 1991 avevo partecipato ad una conferenza della delegazione di pace palestinese a Beit Jala. È vero che io ho partecipato a quella conferenza, ma era semplicemente un dibattito per parlare della Conferenza di Madrid (in preparazione degli accordi di Oslo del ‘93). Da una parte Israele mostrava a tutto il mondo di volere la pace, ma dall’altra, in Palestina, continuava con i soprusi e gli arresti, studenti in particolare, la maggior parte degli studenti dell’Università di Betlemme era in prigione. L’obiettivo dell’occupazione è quello di renderti la vita impossibile, affinché tu decida di andartene. Perché hanno chiuso le nostre università, perché ci arrestano, perché limitano la nostra libertà, perché ci torturano? solo per rendere la nostra vita uno schifo. Io penso che siamo veramente forti, perché continuiamo a vivere e amare nella nostra terra, nonostante l’occupazione. Tutto questo cambierà un giorno, l’occupazione non durerà per sempre, il muro non rimarrà per sempre, questa è la nostra speranza, se non avessi speranza perché dovrei continuare a vivere qua?. Per me la prima e più grande forma di resistenza è quella di continuare a vivere nella mia terra, la prima e più grande forma di resistenza è quella di esistere”.

Foto (Casa bombardata – Beit Sahour 2002)

e racconto di Ayman Abu Zulof

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Olive Planting 2010 in Palestine (three part)

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Olive Planting in Palestine 2010 (Second part)

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Video – Olive Planting Campaign in Palestine 2010 (First Part)

In February 2010, the Joint Advocacy Initiative (JAI) and the Alternative Tourism Group (ATG) will organise the 3rd annual olive tree planting program.
Besides planting olive trees, the program features introductory presentations about the current situation in Palestine and the effects of the Apartheid Wall. You will also be taken on various tours in the old cities of Jerusalem, Hebron, and Bethlehem, and have the opportunity to attend cultural events and enjoy social gatherings. It is our pleasure that people join our mission to keep hope alive together and to learn more about daily Palestinian life under a ruthless military occupation.

more info:
http://www.patg.org
info@atg.ps

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VIDEO. “Militari israeliani arrestano turisti europei”, Palestina, Betlemme, Beit Sahour. 31/03/2010

Durante un tour dell’associazione palestinese Atg, l’Alternative tourism group, organizzatrice di visite politiche e culturali nei territori occupati, dei turisti europei vengono arrestati dai militari israeliani in zona A, ovvero, secondo gli accordi di Oslo, sotto totale controllo palestinese.

Il gruppo di turisti è composto da giovani studenti inglesi che, nei pressi dell’illegale colonia israeliana di Har Homa, seguono la guida palestinese nelle terre sottratte ai cittadini di Beit Sahour.

Dei militari israeliani arrivano rapidamente al di là della barriera di controllo militare e si dirigono verso il gruppo, che intanto tenta di allontanarsi dalla zona.

Gli ordini per i militari israeliani sono di arrestare i due ragazzi inglesi dai tratti somatici arabi. Il gruppo che si oppone all’arresto è composto da sei ragazzi inglesi, una svedese ed una italiana, volontaria presso l’Atg. Tutti vengono trattenuti.

I ragazzi vengono obbligati a rimanere per più di un’ora dentro la zona militare israeliana e scortati in seguito dentro il checkpoint di Gilo di Betlemme, dove rimangono in attesa di ulteriori ordini dell’esercito israeliano.

Una lunga attesa sotto un sole cocente.

Le ambasciate vengono avvisate dell’accaduto, dopo qualche minuto vengono tutti rilasciati, ma nessuna spiegazione dell’accaduto viene data agli arrestati.

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Prigionieri politici e Repressione

“Sono stato rilasciato e stavo per tornare a casa, ma i militari erano già dentro casa mia, mi stavano aspettando. La mia famiglia era là in un angolo con i bambini. I militari erano là e sorridevano: tu torni indietro. Va bene, dammi 5 minuti per abbracciare i miei figli. No, vieni con noi adesso. E mi hanno portato via. Le lacrime negli occhi di quei bimbi sono una cosa che non dimenticherò mai. Dimenticherò che hanno preso la mia terra, l’acqua, ma quelle lacrime in quel momento non le dimenticherò mai”.

Questa è la testimonianza di un palestinese padre di famiglia, ma come racconta un rappresentante di Addameer, un’associazione palestinese per il supporto dei prigionieri e per i diritti umani: “non c’è famiglia che non abbia vissuto questa esperienza e per molti è ripetuta più volte, in carcere almeno più di una volta”.

Specialmente in questo ultimo periodo i media occidentali mostrano i feroci scontri tra la popolazione palestinese di Gerusalemme est e la polizia israeliana, mettendo in particolar modo in risalto il parere di alcuni osservatori internazionali che temono per l’inizio di una nuova intifada. È chiarissima la volontà da parte del governo israeliano di provocare una rivolta sociale tra la popolazione palestinese, soprattutto ora che minaccia d’impossessarsi completamente anche dei luoghi di culto del popolo occupato e che la repressione si fa sempre più violenta. La percezione che si ha vivendo in West Bank è che la vessazione quotidiana da parte dell’esercito israeliano abbia condotto allo sfinimento la popolazione palestinese. Quest’aspetto insieme al reale timore per arresti di massa e ad altre problematiche prettamente politiche che riguardano difficoltà di coordinamento tra partiti e movimenti, pongono dei dubbi sulle forze in campo atte a rendere possibile una nuova intifada. Sono attivi e partecipi dei forti movimenti di resistenza popolare che si muovono contro la confisca delle terre, contro la costruzione del muro di Apartheid e contro l’occupazione in atto. Mentre si avanza nei cortei diretti verso le zone di controllo militare israeliano, proprio in quelle sottratte ai palestinesi, s’incontrano visi di donne, uomini e giovani che osservano e trasmettono entusiasmo, suscitando sentimenti di approvazione, ma la militanza attiva è solo per chi ha deciso di rischiare il carcere e le torture. Leggi l’articolo completo

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Olive Picking Campaign Palestine 2009 (video)

Olive Picking Campaign in Palestine October 2009.

The Alternative Tourism Group (ATG) and the Joint Advocacy Initiative (JAI) organized the Olive Picking Campaign in Palestine.

The supreme symbol of Palestine, the olive tree symbolizes the deep connection of Palestinians to their land. Since the beginning of the second Intifada in 2000, the olive harvest has been overshadowed by Israel’s army of repression. The objective of the Olive Picking Campaign is to mobilize international volunteers to assist farmers in picking olives in fields. The closures, blockage of streets and confiscation of agricultural lands, as well as repeated attacks against Palestinian farmers by Israeli settlers, make the work in fields so hard. Besides picking olives, the program features introductory presentations about the current situation in Palestine and the effect of the Apartheid Wall. In the program there are included political tours in the Old City of Jerusalem, Bethlehem and Hebron, in addition to cultural events and social gatherings. One can learn about the importance of olive tree in all aspects of Palestinian life; the production of olives, oil, and the handicrafts produced from the olivewood. Palestinians are suffering from the construction of the Apartheid Wall at the expense of their land. Many cities are divided and many farmers are separated from their olive trees. Farmers can not reach freely their olive fields situated in close proximity of Israeli settlements, bypass roads and the Apartheid Wall path. In these areas, an international presence is often needed in order to help Palestinian farmers access their olive groves which are in danger of being confiscated.

for more info: www.patg.org info@atg.ps

Raccolta delle olive in Palestina 2009.

Come ogni anno, l’Alternative Tourism Group (ATG) (www.patg.org) e il Joint Advocacy Initiative (JAI) (http://www.jai-pal.org) nell’ottobre 2009 hanno organizzato “La Campagna della raccolta delle olive” in Palestina.
Simbolo per eccellenza della Palestina, l’albero di olivo testimonia il profondo legame dei palestinesi con la propria terra. L’importanza dell’olivo si intravede in tutti gli aspetti della vita dei palestinesi: la produzione di olive da confetto, olio e prodotti artigianali fatti con il legno d’olivo. Dall’inizio della Seconda Intifada, la raccolta delle olive è stata ostacolata dalla politica repressiva israeliana. L’obiettivo principale della programma è quello di mobilitare volontari internazionali per assistere i contadini durante la raccolta delle olive nei campi. Il blocco delle strade da parte dell’esercito israeliano, la confisca delle terre agricole, e i ripetuti attacchi contro i contadini palestinesi da parte dei coloni israeliani, rendono il lavoro nei campi sempre più difficile. I palestinesi soffrono per la costruzione del muro dell’Apartheid a spese della propria terra. Molte città sono state divise e molti contadini sono stati separati dalle loro terre. Attualmente i contadini non possono più raggiungere liberamente gli uliveti situati in prossimità delle colonie israeliane, delle circonvallazioni e vicini al percorso del Muro d’Apartheid. In queste aree la presenza degli internazionali è spesso necessaria per aiutare i contadini palestinesi a raggiungere e lavorare negli oliveti che stanno per essere confiscati. Il programma comprende anche delle conferenze introduttive e di approfondimento sulla situazione socio-economica della Palestina e sugli effetti del muro di Apartheid. Tour politici nella città vecchia di Gerusalemme, a Betlemme ed Hebron, dove, oltreché le città e le sue peculiarità, si visitano anche sedi di associazioni che operano in diversi ambiti (sociale, culturale o artigianale). Durante i giorni di permanenza si può decidere di alloggiare presso delle famiglie locali palestinesi, e si può, inoltre, partecipare a vari eventi culturali e sociali organizzati dalla comunità locale.
Per informazioni:
www.patg.org
info@atg.ps

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Terra murata

Il finimondo. Pioggia, diluvio, da giorni il caldo è passato e le acque sono sempre più agitate. Israele alza la tensione, sempre più, senza pudore, e i media occidentali tacciono, come sempre. I villaggi e le città si mobilitano, manifestano, i palestinesi cercano di sentirsi vivi, urlano il proprio dissenso, e la repressione si fa pesante. Venerdì 19 febbraio, il villaggio di Bil’in festeggia l’anniversario della nascita del comitato popolare contro la sottrazione delle terre.

I due terzi della terra dovevano essere annessi all’interno del muro di Apartheid e alimentare così il suolo degli insediamenti israeliani adiacenti. Cinque anni fa, il comitato iniziava la lunga lotta che avrebbe portato il caso fino alla Corte Costituzionale israeliana. Questo mese sono iniziati i lavori per la restituzione di una metà delle terre sottratte, ma le proteste del comitato continuano.

C’erano circa 5000 manifestanti, tra palestinesi, internazionali, gruppi israeliani contro l’occupazione. Sul palco intervengono diversi esponenti del legislativo palestinese, e cittadini del comitato locale ricordano con rabbia e dolore la morte di Bassen, ucciso l’anno scorso da un candelotto di gas lacrimogeno che gli ha perforato il torace. Ma si ricordano anche i numerosi arresti di massa. Canti, clown e tamburi scandiscono il ritmo del corteo che si dirige verso la base militare che accerchia le terre sottratte. Ci sono famiglie intere che manifestano, bambini e adulti, le loro mascherine che coprono bocche e nasi preannunciano una lotta fino all’ultimo respiro. Si cerca di oltrepassare la barriera metallica armati di bandiere.

La risposta militare è devastante. Gas lacrimogeno, granate assordanti, idranti che spruzzano skunk gas, un liquido nauseabondo, un acido chimico che brucia la pelle. La folla si disperde, le ambulanze cercano di divincolarsi tra la gente per giungere in aiuto di chi non ce la fa, di chi l’aria non riesce a trovarla. Anche documentare è impossibile. Il paesaggio intorno è un cupo e tetro ambiente infernale, spuntano visi spettrali, ed esseri dell’altro mondo con maschere antigas sono le uniche figure che animano ancora la scena. Ad un certo punto trovarsi su di una collina insieme a bambini palestinesi che imparano a resistere, è come vivere un film. Anche loro cercano aria, e osservano, scrutano ciò che accade: “My land” dice uno di loro e indica oltre la barriera metallica. Giungono anche dalla nostra parte i lacrimogeni e lo skunk gas, i militari israeliani non guardano in faccia nessuno, davvero nessuno. Leggi l’articolo completo

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Oush Grab Demonstration 28/02/2010 video

Manifestazione ad Oush Grab 28/02/2010

Dai primi giorni di febbraio, la cittadina di Beit Sahour (Betlemme) manifesta contro i soprusi militari israeliani. La zona di Oush Grab è stata fin dal 1967 occupata dallesercito israeliano, e poi abbandonata nel 2006. Da questo mese i militari occupano nuovamente la zona. I soldati proteggono i coloni che dalla vicina colonia di Har Homa si recano nellarea ogni venerdì per mostrare che questa terra appartiene a loro. Si pensa che l’obiettivo sia la costruzione di una nuova colonia “Shdema” che circonderebbe la zona di Betlemme. Inoltre, ai contadini viene impedito di raggiungere le proprie terre e di coltivarle. I cittadini di Beit Sahour, con il supporto di volontari internazionali, manifestano ogni domenica e subiscono la forte repressione dellesercito dIsraele.

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Terra e libertà

Otto del mattino. Il bus ci porta verso una zona di campagna che sta tra Betlemme ed Hebron: Jab’a si chiama. È una terra che si trova nella zona C, la zona che dal 1993 (dagli accordi di Oslo) occupa ben il 70% della terra cisgiordana, e che è completamente militarizzata dagli israeliani.

Il pezzo di terra di Mohammed si trova a 100 metri dalla zona di controllo e pattugliamento militare israeliano, il suo terreno è accerchiato da filo spinato e da torrette militari. Ogni ingresso è stato bloccato e né lui né la sua famiglia può entrare per coltivare. Mohammed racconta: “sono del villaggio di Al Jab’a e questa terra è della mia famiglia da tantissimo tempo. Si può ritornare indietro fin dall’Impero ottomano. Nel ‘48 abbiamo perso molto terreno e nel 1967 quello rimasto è sotto il controllo israeliano. Da allora ho problemi anche a piantare un solo albero”.

Prima di giungere nella sua campagna, dei militari israeliani notano la nostra presenza e intimano di andare via, ma si prosegue comunque. Armati di picconi e di alberi di olivi, una quarantina di volontari internazionali danno nuova vita al suolo. Si lavora velocemente. La presenza degli internazionali permette di prendere del tempo, i militari, infatti, tardano ad arrivare e controllano la situazione da lontano con i binocoli. Un amico anziano di Mohammed racconta: “io ho degli alberi dall’altra parte della linea su cui passerà il muro, e non mi danno il permesso di entrare nelle mie terre, devo entrare a Gush Etzion per chiedere il permesso, ma è difficile ottenerlo. E quando l’ottengo al checkpoint mi perquisiscono per delle ore”. Leggi l’articolo completo

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